Area archeologica “Le Mure” – Jesolo Paese

[TORNA]

Altra denominazione: resti delle basiliche di S. Maria Maggiore e di S. Mauro
tipologia: sito archeologico
grado di tutela: tutelato in base al D. Lgs. 42/2004

Il sito archeologico “Le Mure” conserva testimonianze risalenti ad un periodo che va dalla prima età imperiale romana al XII secolo e riferibili al più antico insediamento jesolano sviluppatosi in quell’area. Per molti aspetti, l’origine e le vicende di questo centro sono simili a quelle della vicina Eraclea, della quale è stato acceso rivale nel periodo altomedievale e con la quale ha condiviso poi problemi di impaludamento della laguna circostante, di decadenza e abbandono e tentativi di rinascita. L’antica Equilium (o Equilum) sorgeva su un’isola lagunare in sinistra Piave e fu, quasi certamente, prima un insediamento dei Veneti Antichi e successivamente, come confermano i numerosi reperti archeologici (vetri, frammenti di vasellame in ceramica, pettini in osso, frammenti di anfore e lucerne, elementi in pietra) rinvenuti proprio nella zona delle Antiche Mura, un vicus di età romana, ovvero un nucleo abitato in posizione strategica nella rete delle vie di comunicazione per acque interne che lo mettevano in relazione in particolare con Altino. Il nome latino Equilium (o Equilum), evolutosi in Gesolo e Jesolo, sembra derivare dalla voce venetica Ekvilo, cioè pascolo per cavalli, e confermerebbe il legame tra il nome della località e l’esistenza di allevamenti di cavalli di razza pregiata. A partire dal V secolo, in conseguenza delle invasioni barbariche e della crescente pressione longobarda di inizi VII secolo, trovarono rifugio a Jesolo soprattutto gli abitanti di Altino e, da villaggio sia pure di entità non trascurabile, esso divenne un centro piuttosto ricco e popoloso, attivo nei commerci, in cui fu istituita nel IX secolo la sede vescovile. Ma nel corso dei secoli VIII-IX, sia la perdurante rivalità e gli scontri con Eraclea, sia il trasferimento da Eraclea a Malamocco della sede dogale sotto la cui autorità ricadevano tutte le città lagunari della Venetia Maritima, determinarono lo spostamento della maggioranza degli abitanti verso Venezia e addirittura la demolizione degli edifici jesolani di proprietà del doge per reimpiegarne i materiali nelle fabbriche da erigersi a Venezia. Nonostante questo, tra XI e XII secolo sorse, sulle rovine di due precedenti basiliche (la prima del V, la seconda del VII secolo) una grandiosa cattedrale intitolata a S. Maria Maggiore di cui oggi rimane poco più che un pinnacolo. Il continuo peggioramento delle condizioni ambientali con il progredire dell’impaludamento portò all’abbandono quasi totale di Jesolo, tanto che nel 1466 la sede vescovile fu abolita e inglobata al Patriarcato di Venezia. Anche in questo caso, come avvenne per Eraclea, furono dei nobili veneziani, i Soranzo, a promuovere la rinascita del centro: vi fecero costruire la chiesa di S. Giovanni Battista, elevata a parrocchia nel 1495 dal patriarca di Venezia, e intorno ad essa si riformò un nucleo abitato che prese il nome di Cavazuccherina, traendolo da quello del canale tra Jesolo Paese e Cortellazzo (oggi sostituito dal canale Cavetta) iniziato dalla Serenissima nel 1440 e completato quasi un secolo dopo da Alvise Zuccarini. Tra XVI e XVII secolo i lavori idraulici per la diversione di fiumi voluti dalla Repubblica di Venezia, aumentando l’impaludamento di quell’area, ostacolarono lo sviluppo di Cavazuccherina, rimasta dipendenza del podestà di Torcello fino a tutto il Settecento e divenuta comune autonomo solo a inizi Ottocento con il governo napoleonico. Con le grandi bonifiche realizzate tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, il centro urbano cominciò a crescere, anche se le gravi distruzioni del primo conflitto mondiale e dell’occupazione austriaca costrinsero a ricostruire completamente il paese e le opere di bonifica. Nel 1930 il comune riprese l’antico nome di Jesolo e riprese il suo sviluppo dalla coltivazione dei fertili terreni strappati alla palude e dall’avvio dell’impresa turistica.

I resti visibili nell’area archeologica di via Antiche Mura riguardano la cattedrale romanica di S. Maria Maggiore, ma ad un livello inferiore sono state rinvenute, con uno scavo realizzato tra il 1963 e il 1966 e una successiva indagine nel 1985-’87, le fondazioni di due basiliche precedenti, di minori dimensioni, la prima risalente al V secolo e la seconda al VII. E’ stata così dimostrata la sovrapposizione sullo stesso sito di tre costruzioni successive inseritesi l’una sull’altra, di cui le due più antiche rappresentate da semplici edifici di impianto basilicale sorti prima dell’istituzione della sede vescovile equilense, la terza, invece, rappresentata da un grandioso corpo di fabbrica sorto per iniziativa degli stessi vescovi e quindi provvisto del titolo di cattedrale. La piccola basilica del V secolo era probabilmente una cappella di missione voluta dai vescovi di Altino; dai pochi resti di fondazione ritrovati è possibile intuirne la struttura ad aula unica quadrangolare (all’incirca 15 metri di lunghezza per 13 di larghezza) con un’abside finale a completamento. La prima chiesa quasi sicuramente non sopravvisse all’età delle invasioni e lasciò il posto ad una seconda costruzione nel VII secolo, quando il nucleo dei residenti tornò ad abitare il luogo, incrementato anche da gruppi di popolazioni vicine. La seconda basilica aveva un impianto rettangolare (circa 20 metri di lunghezza per 13 di larghezza) suddiviso in tre navate terminanti forse con tre absidi, di cui c’è traccia sicura solo per le due laterali; il pavimento era interamente rivestito di mosaico in tessere bianche, nere e nei toni del grigio-azzurro, del giallastro e del rosa, del quale sono stati recuperati 17 lacerti (ora esposti presso il municipio di Jesolo). I motivi fondamentali riconoscibili nella decorazione musiva sono: un corridoio a grandi foglie seghettate incrociate a fiorone, onde marine entro cornici a triangoli, cerchi alternati a quadrati entro una cornice ad archetti sovrapposti, squame entro una cornice a petali obliqui, campiture a fiori quadripetali, oltre a tabelle con inscritti i nomi dei benestanti jesolani che contribuirono con offerte alla realizzazione del tappeto musivo. Le caratteristiche tipologiche della seconda basilica e i motivi rappresentati sul mosaico la avvicinano a quella di S. Eufemia di Grado; è molto probabile, inoltre, che essa sia sopravvissuta alle devastazioni degli Ungari (fine IX – inizi X secolo) e, con opportuni lavori di restauro intrapresi dai vescovi che nel frattempo si erano insediati a Jesolo, abbia continuato ad essere utilizzata fino al completamento della terza basilica. Questa, progettata e realizzata tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo, conservava quasi integralmente i muri perimetrali fino agli inizi del Novecento, prima che i bombardamenti del 1917-’18 la distruggessero completamente, eccetto il pinnacolo che ancora si conserva. Per tipologia e caratteri la costruzione equilense si avvicina molto alla chiesa dei SS. Maria e Donato di Murano, alla basilica contariniana di S. Marco a Venezia (terza fase, XI secolo), al duomo di Caorle. La ricostruzione in pianta e in alzato, agevolata da disegni, stampe e foto ottocenteschi oltre che dai resti in situ, mostra un edificio rettangolare lungo circa 40 metri e largo 25, con un transetto sporgente dai muri laterali di circa 4 metri e tre absidi al termine delle tre navate. La facciata e le pareti esterne dovevano essere movimentate da nicchie, arcate cieche e lesene, mentre numerosi sono i reperti e i frammenti che testimoniano rivestimenti lapidei interni ed esterni, capitelli e cornici in pietra incisa, pavimenti rivestiti di tessere marmoree, intonaci dipinti ad affresco.
Circa 250 metri a nord del complesso basilicale di S. Maria Maggiore, furono scavati per la prima volta nel 1954 i resti di una piccola chiesa, databile fra il VI e il VII secolo e identificabile con il monastero di S. Mauro. Il luogo era raggiunto anticamente da un canale, il rivus sancti Mauri, collegato quasi certamente alla navigazione litoranea facente capo alla Piave vecchia. La chiesetta presenta una pianta simile a quella della seconda basilica equilense, ma con solo due absidi semicircolari ai lati e il presbiterio rettangolare; accanto ci sono tracce di un ampliamento dell’edificio o dell’esistenza di una costruzione aggiunta. S. Mauro è ricordato nelle antiche cronache come una delle numerose fondazioni monastiche del territorio jesolano, molte delle quali non hanno lasciato traccia; è possibile, tuttavia, ipotizzare, sulla base dei dati archeologici indicanti modifiche strutturali realizzate tra X e XI secolo, che la chiesa sia divenuta vero e proprio monastero solo in quel periodo, prima di essere abbandonata a causa dei sempre più gravi fenomeni di impaludamento e ingressione dell’acqua marina. Lo scavo, una volta terminato, è stato ricoperto, perciò i resti di S. Mauro non sono attualmente visibili.

ACCESSIBILITA’

- Mezzi privati: in auto o in bicicletta, da Jesolo Lido raggiungere Jesolo Paese e percorrere tutta via Antiche Mura, l’area archeologica è in fondo sulla destra;
- mezzi pubblici: autocorriere di linea dell’ATVO; in treno: stazione di S. Donà di Piave e autocorriere di linea dell’ATVO.

FRUIBILITA’

- Il sito con i resti della basilica di S. Maria Maggiore è visibile dall’esterno della recinzione che lo circonda; i resti della basilica di S. Mauro non sono visibili;
- la strada che conduce al sito e l’area circostante sono prive di barriere architettoniche.

MODALITA’ DI VISITA

- I lacerti musivi recuperati dalla basilica del VII secolo sono conservati presso il municipio di Jesolo (piano terra) ed esposti in una mostra permanente visitabile tutto l’anno negli orari di apertura del municipio (lun., merc., ven. 9,00-13,00; mar., giov. 9,00-13,00 e 15,00-18,00; per informazioni: ufficio cultura 0421 359143); la mostra è ad ingresso gratuito e l’accesso è privo di barriere architettoniche.